a

anni parigini, si stava ad ore a parlare di pittura. Questi sono i miei riferimenti, uomini che hanno fatto dell'arte la propria ragione di vita".
La cosa più bella della pittura e la cosa più difficile del
dipingere?

"Quando ti poni di fronte ad una tela bianca, nella
tua mente esiste già quel quadro che deve solo
uscire fuori. A volte però la mano prende altre direzioni
e quello che si forma pian piano sotto i tuoi
occhi è diverso. Allora seguo quel momento, lo assecondo
e guardo cosa nasce. Qualche volta il risultato
è superiore all'idea iniziale, e lì c'è la gioia
pura, più intima quella così difficile da descrivere,
la più appagante. Il difficile forse, come dicevano
i vecchi pittori, è capire quando fermarsi".

Come nasce il rapporto con Nicola Luisotti?
"Nicola è un amico oltre che essere un grande
artista. Ci siamo conosciuti solo pochi anni fa a
Parigi, in quell'occasione lui dirigeva la 'Tosca' all'Opera, e da allora siamo molto legati da affetto e stima. Ascolto i suoi aneddoti legati al suo mondo, alla musica. Lo stesso fa lui con me quando visitiamo musei o mostre d'arte, come lo scorso gennaio a New York quando in occasione
della sua direzione ne 'La Fanciulla del West' di
Puccini, ho trascorso con la mia compagna Pinuccia,
dieci giorni spettacolari con lui e Rita, all'Opera, e da allora siamo molto legati da affetto
e stima. Ascolto i suoi aneddoti legati al
suo mondo, alla musica. Lo stesso fa lui con me
quando visitiamo musei o mostre d'arte, come lo
scorso gennaio a New York quando in occasione
della sua direzione ne 'La Fanciulla del West' di
Puccini, ho trascorso con la mia compagna Pinuccia,
dieci giorni spettacolari con lui e Rita, la
moglie. Mostre, concerti, musei... Credo si chiami
affinità elettiva! Poi è un pessimo compagno di
gioco a carte, ma questo è un altro discorso…"
Arte e musica. Il legame è in un certo senso
spontaneo; come funziona questa tua nuova
esperienza?

"Proprio questa conoscenza 'musicale' mi ha stimolato
nel realizzare i miei ultimi lavori su spartiti
musicali quasi prevalentemente di Puccini. Sono
tecniche miste molto particolari, realizzate su spartiti
manoscritti degli anni Venti di musicisti che
eseguivano opere del Maestro lucchese. Si possono
vedere a Montecatini presso le Terme del Tettuccio,
in uno spazio gestito dalla Galleria Turelli, o
in studio da me in via Mazzini al Forte, naturalmente.

 


 

L'arte, musica per gli occhi
La pittura di Domenico Monteforte incontra Puccini

di Umberto Guidi

Ascoltare un colore, vedere le musica. Sono le
magie della sinestesia, un processo al centro
della più recente produzione artistica di Domenico
Monteforte, pittore di Forte dei Marmi dal tratto
e dalle cromie inconfondibili. Domenico prende
vecchi spartiti di musica pucciniana dei primi del
Novecento, li incolla su cartoncini per poi dare via
libera alla fantasia creatrice. Ne risultano singolari
fusioni pittorico-musicali di notevole suggestione.
L'idea gli è venuta - spiega - in seguito all'incontro
con il versiliese Nicola Luisotti, il direttore
musicale dell'Opera di San Francisco che il New
York Times ha definito "un prodigio italiano". E'
nata un'amicizia, la voglia di avvicinarsi alla musica
di Puccini.
Sospesa tra un originale impianto figurativo e l'informale, la pittura di Monteforte si avvale di una
tavolozza personalissima ed è attraversata da una
pienezza e da una solarità che – è stato osservato –
rimandano al paesaggio toscano. Girasoli, piante,
ma anche la distesa del mare, ora gonfio per la
tempesta, ora accarezzato da una brezza leggera.
Domenico Monteforte ha fatto sua la lezione del
passato, ma non ha timore di sperimentare tecniche
nuove e diverse. Come dimostrano i suoi
"quadri musicali".
Perchè dipingi? Come hai cominciato?
"Questa domanda me la fanno spesso, oggi dipingo,
prima disegnavo, prima ancora scarabocchiavo
fogli su fogli, da sempre. Per mia madre
era semplice farmi stare buono, le matite colorate,
qualche foglio e potevi scordarti di me... Alle
superiori ho 'scoperto' il disegno, grazie ad Ernesto
Altemura, un bravissimo artista che usa
prevalentemente matite colorate e colpi di gomma,
ma che ha una forza pittorica, pur non adoperando
quasi per niente il pennello, che altri si
sognano. Lui mi ha insegnato tanto per quanto
riguarda il disegno. Poi ci sono stati gli anni
dell'Accademia, gli anni dei sogni, dei progetti
e delle mille paure di non riuscire poi a cavare
un ragno dal buco... Ma la vita si forma sotto i
nostri occhi, giorno per giorno senza quasi che
noi ce ne accorgiamo. Così le prime collettive, la
prima personale a Firenze e tutto è cominciato".
Quali sono le tue fonti di ispirazione, i tuoi riferimenti artistici?
"Dire che mi ispiro alla natura è banale, ma in fondo
è così. L'emozione muove la mia vita, da sempre e anche quando lavoro succede la stessa cosa. A volte è un limite, lo riconosco ma questa è la mia natura, e non posso farci nulla. Davanti a un campo di girasoli o di grano rimango sempre senza parole.
Posso stare ore in silenzio ad ascoltare il vento che
soffia tra i rami di un ulivo, rapito dai verdi delle foglie che cambiano ad ogni folata. I miei riferimenti artistici sono stati Carlo Mattioli, Ennio Morlotti e la pittura di Renato Birolli, fin dagli anni dell'Accademia, poi la pittura italiana degli anni '50, il fermento che attraversando tutta la penisola, ha visto decine di pittori, di artisti emergere: stili, tematiche nuove, correnti artistiche di prim'ordine! Hanno lasciato tanto a chi, come me, è venuto molto dopo. Oggi quel fermento artistico ce lo sogniamo, oggi è solo business.
Basta vedere in giro, nelle fiere, si prende un
giovane meglio se giovanissimo, e in pochi mesi si
fanno cataloghi, mostre, articoli. Dopo un anno o
due non esiste più, si passa ad un altro dopo averlo
spremuto ben bene. Ed ogni volta il critico o il gallerista di turno te lo 'vendono' come il nuovo Basquiat! E l'anno successivo toccherà ad un altro, e così via. Avevo un amico che se ne è andato pochi mesi fa, Arturo Puliti, lui veniva in studio da me ogni giorno e tra un caffè e un aneddoto dei suoi

 


 

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