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"Domenico Monteforte"
Tecnica mista su tela cm. 60x80
Opera di Giuliano Grittini 2010

Il colore, nella sua essenzialità, costituisce una specie di "orografia"fantastica che permette l'armonia di elementi altrimenti disparati. L'uniformità che si ottiene sottrae progressivamente valore al volume e satura quindi lo spazio. Così, passo dopo passo, il colore rivendica la sua autonomia e si costituisce nella mente dell'autore piuttosto che nella visione delle cose. - Bisogna tornare ad essere primitivi, selvaggi, tornare alle origini - l'affermazione, cara a tanti artisti dell'Avanguardia del Novecento, torna ad assere attuale proprio nelle parole di Monteforte, quando conversando con me, spiega la necessità di eliminare dalla tela tutto ciò che appare superfluo, episodico, privo ormai di forza espressiva. Solo recuperando la spontaneità del gesto, la solidità e coerenza della forma, si potrà riaffermare la genuina intensità dell'intuizione.
La complessità risiede ora nello scoprire l'interferenza della discontinuità, ovvero l'irruzione del caos che entra continuamente in gioco in ogni attività, in ogni ambito della vita. Attraverso la combinazione tra intervento artistico e casualità si introduce nell'opera un elemento perturbativo che si qualifica come un salto di intensità rispetto la continuità del quotidiano. L'arte recupera il valore dell'impulso che filtra attraverso la barriera del controllo razionale della realtà "…. Come lava che trascina, sposta, ridisegna, distrugge, dà vita!"
Come i primitivi che non conoscevano l'arte hanno espresso nel segno e con il gesto reiterato il loro "essere nel mondo", allo stesso modo l'artista rivendica l'assoluta spontaneità dell'atto creativo. Accentuando la forza della mano che si muove liberamente sulla tela nel posizionare la materia – colore, si arriva a mettere a nudo la vocazione astratta di questa pittura.
La de-formazione della sostanza dell'immagine costituisce il nuovo codice di Monteforte che, a mio avviso, sceglie volutamente un percorso ostico nel suo lavoro, dal momento che la velocità esecutiva deve preservare intatta la spinta del processo creativo con lo scopo ultimo di piegare la pittura al suo volere. L'arte, quindi, non produce "belle statuine"1 ma opere che si pongono come sfida nei confronti della creazione primigenia del mondo, attraverso un linguaggio che è al contempo figurativo – astratto.
All'interno della composizione anche lo spazio assume nuova definizione come risultato dell'intuizione: prima ancora di essere luogo di rappresentazione di dati sensibili è forma soggettiva determinata nella coscienza poichà lo spazio non esiste in sà2. In questo modo qualsiasi "deformazione" di quello spazio è possibile poichà ogni colpo di pennello o spatola che esegue con forza quanto la mente ha deciso, rivela una sorta di inevitabile prefigurazione di ciò che ancora è indistinto, persino nella mente dell'artista stesso. "La mano si muove veloce sulla tavolozza, l'impasto è buono e il colore vibra, si plasma...". La materia è pronta ad abbandonare la corrispondenza con il vero e se qualche traccia del reale permane è forse perchè Monteforte si compiace nel depistarci, nel trarci in inganno, incline al gioco degli inevitabili confronti fra "il prima e il dopo", fra ciò che è apparenza delle cose e quello che invece è essenzialmente invisibile perchà non ancora visto se non dall'artista.
I colori che sono il "tessuto naturale" della pittura, sonosottoposti ora ad un processo di analisi; mutano il loro valore convenzionale per assumere una nuova energia. La sintesi ha imposto, infatti, che la tavolozza condizionata precedentemente dai complementari come il viola, ora perda la caratteristica descrittiva a favore del tono astratto, con colori caldi e violenti che nelle parole dell'artista stesso acquistano particolare significato quando afferma: "...Mi sento pieno di rossi, tanti rossi, più caldi e violenti del solito...col verde, le terre di Siena ed i blu a contenerli, sennò uscirebbero dalla tela tanto forti che sono!" La stessa densità del colore si riduce e la composizione appare più fluida, in alcuni casi meno addensata. Il lavoro non procede più per "addizione" come aveva sostenuto il critico Vittorio Sgarbi3 a proposito dei lavori di qualche anno fa, ora la complessità non ha più bisogno di "corpo" risiede piuttosto nel potere di condensazione che il linguaggio dell'arte possiede.
L'artista suggerisce sostanzialmente la negazione del colore inteso come fenomeno fisico, capovolgendo l'idea di una pittura che nella natura trova il suo riflesso, come Vincent Van Gogh l'artista "coltiva l'amore per la natura poichà è l'unico modo per comprendere l'arte".
Rivendicando l'autonomia del gesto come procedimento che libera l'inconscio e consente all'arte di non essere più il fine, bensì il mezzo con il quale si sprigiona una nuova intensità, Monteforte si muove oltre l'inerzia del ripetitivo, per attuare un processo creativo che si esprime secondo modalità impreviste, sottoposte a regole imponderabili che portano in superficie emozioni e passioni oscure che solo l'esercizio dell'arte stessa può placare.


 

Un indomito selvaggio
Nuove scene dell'arte nella pittura di
MONTEFORTE
di Emanuela Mazzotti

"Nel cuore di un poeta, nel cuore di un pensatore c'è sempre un paesaggio libero".
Alda Merini

Discorso difficile quello che Monteforte sta affrontando in questo tempo in cui si prepara alle prossime personali, la prima delle quali proprio a Milano, città che l'artista ama particolarmente.
E' stato pittore che ha cercato una sua cifra stilistica e l'ha trovata negli inconfondibili paesaggi, così immoti e luminosi, così lontani dall'idea, anche solo momentanea, che potessero rivelare un qualsiasi interesse nei confronti della natura. Eppure la natura compariva con i suoi rossi esplosivi, i gialli pieni e i blu così profondi da farti venire in mente tutti i colori di Van gogh e di Matisse insieme, ma senza nessuna verosimiglianza, anche se i soggetti si riconoscevano, erano lì a dirci che in fondo non c'era molto da pensare, era tutto così evidente! Eppure.. "non è di una vita naturale che abbiamo bisogno, ma di una vita artificiale" come sosteneva Degas in uno dei suoi mots; così Monteforte rifiuta l'ideologia del plein air, trova assurda la possibilità di mettersi "in cospetto del vero", ha bisogno di un filtro artificiale per vedere; possono essere le luci di un giorno assolato o di una notte altrettanto luminosa, libere associazioni che la mente stabilisce attraverso il colore puro, steso nelle accidentalità del moto della mano sulla tela, anche se occorre sempre qualche cosa che possa deviare lo sguardo, che crei l'illusione.
Può essere una increspatura sul supporto, un piccolo scarto del segno, un'improvvisa sbavatura del colore e l'artista ci obbliga ad una deviazione improvvisa, ci mostra quello che lui vede del mondo. La forma si modella davanti agli occhi come per magia, egli afferma di riuscire a mantenere il colore "pulito" pur lavorandocon il pennello grasso, i verdi e i gialli brillano come note squillanti, anche quando hanno tonalità basse e profonde, e poi arriva il rosso, quel particolare tipo di rosso... Il movimento delle cose distrae e avvince al tempo stesso, senza che mai nessun oggetto della tela mostri una sua vita apparente, perchè la vita della natura è tutta interiore. Prendiamo ad esempio gli alberi, quell'ulivo deformato dal vento presente in tanti quadri; ebbene quell'albero è tutta la sintesi possibile delle diverse forme della natura, di tutti i possibili alberi che l'artista ha visto e disegnato, fissato indelebilmente nell'idea, prima ancora di essere dipinto. "… Come un albero piantato nella terra radici profonde e forti, fusto piegato e mai domo, albero solitario nel campo rosso della vita". Bisogna comprendere, quindi, come nasca un quadro, come l'artista segua quella che un tempo si chiamava "ispirazione". Monteforte dipinge e poi mette le tele contro il muro. Ci torna sopra a distanza di giorni, a volte di settimane, non è infrequente che riprenda in mano lo stesso soggetto più volte. Questo ritmo gli è abituale, così come all'opposto, può capitare che la rapidità d'esecuzione lo tradisca e lo obblighi a negare ogni segno, ogni passaggio di colore, sempre scontento, insoddisfatto. "....Ora la battaglia si fa più serrata, il gesto muove il pennello in maniera decisa, violenta, impetuosa! Forme si fanno davanti a me, poi spariscono di nuovo nel grumo dei colori e si riformano ancora. Poi il fumo pungente mentre osservo sulla tela quello che la lotta ha formato, sorrido e penso che ricomincerei tutto da capo".
Non gli piace spiegare ed è poco incline ad attribuire all'arte una logica razionale a tutti i costi. In fondo la pittura è la cosa meno accessibile: tra i vari sistemi della conoscenza è sicuramente la più cifrata e misteriosa.
Breton identifica nel sogno il momento dove l'inconscio trova la massima rappresentazione e del sogno teorizza l'adozione della associazione libera, in altre parole si attribuisce proprio a questa attività cerebrale la capacità di trovare una connessione non viziata dalla ragione, assolutamente spontanea, tra il mondo onirico e la creatività artistica. Così riconosciamo all'artista versiliese, proprio nell'utilizzo di una tecnica a tratti febbrile, determinata dall'automatismo, una connessione tra istinto tradotto nel gesto e inconscio. L'automatismo diventa la necessità categorica di una nuova creatività, costruita sull'impulso che sale dal profondo con straordinaria intensità che l'autore avverte inizialmente in modo larvale, ancora confuso. Poi l'intensità autorizza il gesto pittorico, il gioco magmatico della mente che rifiuta il controllo razionale a favore del movimento che corrisponde a quel sogno originario. Proprio l' imprescindibilità del fatto artistico spinge Monteforte a rivendicare una autonomia assoluta nel ricercare le diverse possibili declinazioni del pensiero, nel rincorrere quella "forma perfetta" che ha ossessionato gli artisti di tutti i tempi. E' per questa strada che di recente si è incamminato, sicuro della necessità di portare agli estremi limiti il rapporto forma- colore. Superare l'impronta naturalista, arrivare progressivamente alla sintesi della materia, forzare le declinazioni tonali fino alla saturazione. Si elimina così tutto quello che di grazioso, composto, edulcorato e di buon gusto la pittura ha suggerito dover essere.
Proprio sulla questione della materia è opportuno fare una riflessione: nella pittura l'elemento di elezione è il colore, costituito da grumi, dalla pasta spessa e talvolta opaca con la quale si è cercato la profondità e una sorta di dinamismo di ciò che per definizione è inerte.

La materia impone un duro esercizio: il controllo sul colore deve essere costante, basta poco, infatti, perchà gli effetti di equilibrio e peso vengano decisamente alterati.

 


 

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